Identikit di un logo

Lavoriamo spesso coi loghi. Creare un brand, realizzarne lo spazio grafico e di significato è parte del nostro operare quotidiano. E quando lavoriamo sui loghi, ragioniamo su di loro e su cosa definisca o meno l'essere un buon logo.

Qualche tempo fa, avevamo provato a far rispondere “la macchina” con il nostro esperimento di machine learning che vi linko nel caso l'aveste perso, ma chiaramente non eravamo arrivati a una conclusione definitiva. [non era certo nostra intenzione rispondere a una domanda così complessa. Ma ci siamo divertiti a provarci.]

Oggi vorremmo continuare l'esplorazione su cosa sia/non sia un buon logo attraverso un esperimento, anzi attraverso un semplice gioco.

Se avete voglia, giocate con noi ;)

Vi farò vedere un'immagine che rappresenta un logo e mi dovrete dire di che logo si tratta, quale brand rappresenta. L'immagine sarà volutamente distorta, in modo che non risulti subito leggibile.

Pronti? Ecco la prima immagine.

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L'avete riconosciuto? Bene, allora proviamo con un'altra immagine.

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Anche questo l'avete riconosciuto? Bene.

Ora la domanda: come avete fatto a riconoscerli? Come sapevate che quell'insieme di pixel era esattamente il tal logo e non un altro? Come siete riusciti a decodificare un'immagine così distorta? Perché il primo è chiaramente McDonald's e il secondo Pepsi?

Il nostro semplicissimo esperimento vuole provare a tracciare un identikit di quello che possiamo definire un “buon logo”, giocando con la vostra percezione e mettendola alla prova nell'osservare un logo.

Nella nostra quotidianità veniamo letteralmente bombardati da loghi e la loro riconoscibilità è spesso relegata a una manciata di secondi, da qui il nostro esperimento: replichiamo una visione distratta, alterata, non concentrata e capiamo se i loghi dei grandi brand sopravvivono alla nostra disamina volutamente distorta.

 

L'esperimento vuole essere un semplice ulteriore passo verso la definizione di cosa sia un buon logo, di quali caratteristiche debba avere per essere definito tale. Proviamo a elencarne alcune.

 

COLORI

Riuscire a trovare una combinazione di colori unica e riconoscibile risulta di vitale importanza per emergere rispetto ai propri concorrenti. Esistono studi che parlano del “colore di settore” e di come alcune cromie siano più comuni in determinati settori rispetto ad altri.

Da https://digitalsynopsis.com/design/color-psychology-meanings-usage/

È sicuramente un punto di partenza, ma affronterei la questione colore sempre in modo molto specifico, molto “personale”, studiando il panorama di marca caso per caso e adattandoci alle situazioni che vengono identificate e cercando di sfruttare anche la sensibilità del designer. Il rosso, ad esempio, viene sempre identificato come pericoloso o allarmante e quindi una best practise è quella di usarlo con molta attenzione e cautele. Ma in determinate situazioni può essere vincente, vero Netflix?

Bisogna anche riflettere sul peso del colore di background: il nostro logo dovrebbe riuscire a vivere SENZA un colore di fondo proprio. È il segno/simbolo che deve riuscire assorbire questa funzione, lasciando al background una funzione secondaria. In alcuni casi (prendiamo McDonald's ad esempio) l'accostamento con il background è così radicato da risultare inscindibile: avete tutti riconosciuto McDonald's nel primo esempio. Eppure non è il tipo di accostamento che il brand sta spingendo negli ultimi anni, infatti il "rosso giocoso" è stato soppiantato da un "verde serioso". (Da "burger" a "restaurant" insomma)

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[Da qui la famosa meme dissacrante, ma che calza a pennello.]

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SEGNO

Potremmo scrivere un libro solo sulla definizione della parola “segno”, ma vorrei asciugare il possibile il ragionamento per farlo aderire ai nostri scopi puramente esplorativi. Il segno è importantissimo quando si ragiona su un logo ( un logo NON deve avere per forza un segno per essere definito logo, pensiamo a Google ad esempio).

Il segno, però, ha un potere unico nel definire lo SPAZIO di brand e non parlo di posizionamento di marca, di archetipi, di brand DNA e di tutto quel portato “semiotico”, parlo di spazio FISICO, di dimensionalità.

Il nostro occhio percepisce sia i colori che le forme e le cataloga in modo univoco. Alto, basso, stretto, largo... riuscire a trovare una forma ben riconoscibile, un segno ben distinguibile è davvero un passo fondamentale per creare un buon logo (e quindi un buon brand)

Di chi saranno questi due loghi?

L'esempio qui sopra ci dice esattamente questo: i colori sono praticamente gli stessi, ma la dimensione spaziale è opposta. Il primo si sviluppa in orizzontale, il secondo più in verticale permettendoci così di identificarli senza troppa difficoltà.

PENETRAZIONE

Questo punto esula dall'azione di un designer e non possiamo che constatare la cosa è metterla agli atti.

La frequenza con cui il nostro logo viene visto, influisce sulla sua riconoscibilità.

È una banalità espressa in questo modo, ma spesso risulta vitale da inserire in un discorso con i propri clienti.

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Il logo qui sopra che difficilmente avrete riconosciuto è il nostro logo, quello di Invasione. Lavoriamo da ormai dieci anni, ma la penetrazione del nostro logo non è minimamente paragonabile al prossimo che vi mostro, e che è un mostro in fatto di penetrazione di mercato.

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Questo punto serve solo per riportare le cose sulla terra e per ricordarci che dobbiamo sì fare sempre un ottimo lavoro, ma che spesso non basterà perché il nostro logo diventi eterno ;)

Alla prossima esplorazione!