Landoor: una storia di Branding

Eccoci ad una nuova storia di Branding che riguarda la nascita del naming e del logo di un nostro cliente: Landoor.

INCIPIT

Veniamo contattati per una nuova e avvincente sfida riguardante la creazione di un naming e un logo design per una grande società di traduzioni. Dopo le prime riunioni conoscitive ci appare abbastanza chiara la complessità dell'incarico:

  • Richiedono un nome evocativo e chiaramente “nuovo” (oltre che libero lato web e registrabile)
  • Deve essere breve e d'impatto
  • Richiedono qualcosa che abbia un sapore “tech”, ma che si allontani dal mondo “google translate”
  • Richiedono qualcosa che parli più di “servizio”, di “apertura”, di “contatto” invece che solo di traduzione
  • Deve avere una sorta di nobiltà di fondo
  • Deve dare subito l'idea di essere a tu per tu con un esperto del settore
  • Bisogna assolutamente evitare le crasi trans-qualcosa che affollano il settore e che non hanno una buona sonorità in italiano
  • Deve parlare in modo trasversale a tutte le lingue
  • Ricercano un segno semplice, ma che dica molto
  • Pulizia e ancora pulizia (questo non può che farci felici)
  • Tempi molto stretti

 

Insomma. Usciamo dalle prime riunioni con più dubbi che certezze. Non esiste un vero e proprio logo o naming di partenza. Si tratta di riscrivere tutto da zero. La storia del gruppo che ha chiesto questa nuova veste è una storia di grandissimi successi che, dopo quasi trent'anni di attività, cambia direzione con la nascita di due nuove entità completamente separate. A noi il compito di reinventare una delle due entità.

Anche se non ci dilungheremo coi dettagli relativi a questa divisione, è chiaro che è un punto nodale, soprattutto lato branding: 30 anni di attività sono un bagaglio importantissimo, la nuova collocazione di branding non può sminuire una storia tanto densa e sentita, né stravolgerla completamente.

La storia, per altro, non parla solo di “traduzioni”, ma di interpretariato, di localizzazione, di transcreation... insomma un paniere di servizi che non si esauriscono con la mera traduzione.

IL NAMING

Partiamo.

Il primo step del lavoro riguarda la ricerca di un territorio di “senso” per il nostro naming. Chiaramente tutto deve ruotare attorno al “linguaggio”.

Ci affidiamo all'inglese? O a una lingua più antica? Cerchiamo la soluzione nelle radici delle parole? Nella loro etimologia? O proviamo con un neologismo? E questo neologismo? Da cosa lo creiamo?

Le prime ricerche si soffermano su parole che hanno di per sé un'attinenza con il concetto di lingua e che, per la loro natura, appaiono oggi interessanti: il termine ALEPH, ad esempio, è la prima lettera dell'alfabeto Fenicio. Essa ha come corrispondente greco l'alfa come corrispondente arabo (l'alif) e da questa lettera si è originata anche la A latina.

 

alcune prime prove, sempre su carta

 

Insomma: è la “madre” di tutte le lettere. Questo tipo di approccio ci ha portato verso lidi di significato molto profondi, molto differenzianti, ma altrettanto complessi poi da calare in qualcosa di vendibile.

C'è sicuramente la necessità di posizionarci verso l'alto, ma non dobbiamo risultare irraggiungibili o, addirittura, pedanti.

Il territorio semiotico si comincia a popolare di alternative come ARCHÈ (il principio di tutto, anche della lingua), LINGVO (“lingua” in esperanto) o LEMMA. Ognuna di queste parole porta con sé un notevole fardello di significato, ma essendo un fardello, è qualcosa di complesso da gestire.

Dobbiamo risultare moderni, oltre che colti.

I primi giri di naming non convincono e viene sottolineato come l'iniziale ricerca non tocchi nulla riguardante la “tecnologia” o il “contatto”. Il cliente sottolinea l'importanza del fatto che non fanno

“semplici traduzioni, ma mettiamo in relazione due mondi magari molto distanti.” (cit)

Il concetto di collegamento, di link, è per loro assolutamente centrale. La loro “mission” vuole essere quella di creare un mondo dove le barriere linguistiche non siano più un problema e dove l'universalità della comprensione sia la regola.

La nostra ricerca, quindi, si doveva riposizionare su qualcosa di diverso: dovevamo riuscire a unire il concetto di linguaggio a quello di contatto. Dovevamo trovare qualcosa che fosse una porta tra due mondi... una sorta di collegamento che avvenisse tramite il linguaggio.

Il tutto dovrebbe poi portarci su un piano più alto, su un piano di universalità.

Ecco che nella nostra mente appare improvvisamente un simbolo assolutamente universale, comprensibile ovunque e con un portato di significato incredibile: il simbolo dell'infinito.

 

In termini grafici non è certo una rivoluzione: viene utilizzato molto spesso e molto spesso a sproposito.

Eppure continua a muoversi nella nostra mente con sinuosa pervicacia: cos'è che cerca di dirci? Perché abbiamo la netta sensazione che la soluzione del dilemma sia proprio l'infinito?

In questo tipo di situazioni può capitare che la soluzione di naming e la soluzione di logo design si intreccino e non si capisca più quando inizia uno o finisca l'altro. La consequenzialità tra naming e logo può non essere più un canone da rispettare a tutti i costi.

Riprendendo un attimo il filo del discorso: abbiamo questi elementi che ci identificano

  • Siamo un grimaldello universale
  • Lo siamo nel mondo del linguaggio e dell'interpretazione
  • Lo siamo perché riusciamo a creare un collegamento unico tra due entità diverse, distanti

Questa mistura ci appare incredibilmente coesa quando scriviamo la parola DOOR con il simbolo dell'infinito al posto delle due O centrali.

 

La porta verso un mondo di universalità. Sembra funzionare! È sicuramente un'ottima intuizione, ma il linguaggio? Dannazione, manca il linguaggio. In tutto questo turbinio di ricerche manca la parte più iconica da un punto di vista anche sonoro. Il linguaggio.

Inseriamolo”. Ci diciamo. Dobbiamo inserirlo per forza. Non possiamo sperare di trovare una parola di senso che abbia tutti questi elementi coerentemente uniti. Dobbiamo creare un neologismo, dobbiamo inventare qualcosa di nuovo.

Quindi la soluzione: LAN-DOOR

La porta su un linguaggio universale.

 

Language+door+infinito

Questa l'equazione vincente, questi gli addendi utili al nostro scopo finale.

Il cliente, per altro, sottolinea come esistano altre "letture alternative" relative al neologismo di cui neanche noi ci eravamo accorti:

  • Land-door (con elisione di una D). Una porta di accesso a tutti i Paesi del mondo
  • Landoor è anche nome di un paese di un fantasy della mitologia nordica. È evidente che il nome ha un richiamo nordico, visto che l’Europa e il suo retaggio culturale sono il centro della loro realtà.
  • Contiene i due operatori booleani AND e OR, ossia “tutte le possibilità”
  • Contiene AND: Adele Nardulli Delia, acronimo della fondatrice dell'azienda

Insomma, il naming convince subito sia per la sonorità molto “nobile” sia per la chiave di lettura a più livelli che scatena la fantasia del cliente.

 

IL LOGO DESIGN

Il logo, dal canto suo, ci era apparso abbastanza chiaro sin dall'inizio: non avremmo utilizzato simboli esterni, ma avremmo inserito l'infinito all'interno della font in modo da avere un unico corpus.

 

Per la font abbiamo optato per qualcosa dagli spigoli smussati come l'Antipasto che ci ha aiutato a mantenere tutto molto armonico e in linea con un simbolo ondulato come l'infinito.

 

Come spesso ci capita per questo tipo di clienti, non realizziamo un logo design che si esaurisca in se stesso. Che non possa avere soluzioni poi dirette in comunicazione.

Ecco perché il simbolo dell'infinito ci ha aperto anche nuove interessantissime porte in ambito di comunicazione:

 

L'infinito è stato anche utile come elemento divisorio nei vari materiali di comunicazione, come, ad esempio, la brochure:

 

 

Visual campagna stampa

L'universalità della portata di Landoor ci ha poi permesso di giocare un po' con la sua comunicazione anche in occasione del Wobi 2017 tenutosi a Milano

La metropolitana di Milano (città natale della nostra realtà) è stato un elemento utilissimo per parlare della capacità di Landoor di raggiungere, con facilità, ogni parte del mondo. Un'universalità quasi letterale. Quasi fisica.

Ultimamente ci siamo anche spinti più in là, pensando a un possibile mobile personalizzato per il Salone del Mobile (magari dell'anno prossimo?)

 

ALCUNE CONSIDERAZIONI FINALI DA PORTARCI A CASA

  1. Il terreno semiotico è davvero complesso da gestire, soprattutto quando si parte da zero. Fatevi aiutare magari da alcuni strumenti (quadrato semiotico ad esempio). È un passo fondamentale per evitare di perdersi nei meandri dei molteplici significati a cui potreste arrivare.
  2. Prima il naming o prima il logo? La ragione dice una cosa... la pratica può suggerirne un'altra. È giusto avere un metodo, un metodo corretto e logico. Ma è altrettanto giusto seguire l'ispirazione quando arriva. Siate metodici, ma aperti alle novità.
  3. Cercate di seguire il cliente in tutto il processo di creazione, assorbite il più possibile. Annotate frasi, concetti, indicazioni che magari non si ricordano nemmeno di avervi dato. Questo non per rinfacciarle al momento giusto, ma per sfruttarle a vantaggio di tutti.
  4. Il segno, il “logotipo”, può essere esterno al naming o parte di esso. Se ne è parte, che sia una parte con senso. Che sia coerentemente incastonato nel corpus generale. Non utilizzate simboli “tanto per”. Provate ad avere una visione che superi il mero ragionamento “tanto gli ho venduto solo il logo”

 

Chi è Landoor speriamo di avervelo fatto apprezzare: traduzioni e interpretariato di alto livello sono il loro pane quotidiano. Li potete trovare qui